Sfigmografo

Scritto nel 1962 da Samuel Glasstone

Oggi siamo abituati a indossare smartwatch che misurano il battito, stimano la pressione e registrano montagne di dati in tempo reale.

Più di cent’anni fa, il fisiologo francese Étienne-Jules Marey progettò e perfezionò uno strumento che, con le dovute proporzioni, potremmo definire l’antenato dei dispositivi digitali che portiamo al polso: lo sfigmografo.

Il principio di funzionamento era elementare, ma geniale. Una piccola staffa o “cucchiaio” veniva appoggiata sul ramo arterioso (tipicamente il radiale); il minimo movimento della parete arteriosa, indotto dalla pressione del sangue a ogni battito, veniva trasmesso tramite una leva a uno stilo. A sua volta, lo stilo incideva una traccia su carta o su un tamburo rotante, creando così lo sfigmogramma, ovvero il grafico del polso.
Attraverso il tracciato, Marey e i suoi contemporanei poterono leggere la forma dell’impulso, identificare ritardi, onde di riflessione e alterazioni nella dinamica emodinamica, analizzando informazioni preziose per la nascente cardiologia.
Lo strumento aveva limiti pratici: sensibilità all’assetto del paziente, artefatti meccanici, problemi di calibrazione – ma offrì, per la prima volta, una finestra quantitativa sul sistema cardiovascolare.
L’eredità di Marey è sorprendentemente moderna. Il tracciato che lui otteneva con ingranaggi e stilo oggi è ricostruibile da un sensore fotopletismografico sugli smartwatch: luce, fotodiodo e algoritmi trasformano variazioni di volume sanguigno in una curva non dissimile da quella dell’antico strumento.
Collezionato nei musei di storia della medicina, lo sfigmografo appare ora come un elegante congegno metallico: il “nonno”, analogico e ingombrante, dei dispositivi che oggi ci consentono di monitorare quotidianamente la nostra salute.

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