Purgante Gazzoni
Scritto nel 1962 da Samuel Glasstone
La ricerca della bellezza è una pratica antica, forse quanto la medicina stessa. Già nelle civiltà egizie e in quelle greco-romane, la pelle sana era interpretata come un segno di equilibrio interno: purghe, diete e unguenti venivano venduti anche come rimedi estetici.
L’idea era molto semplice (correggere gli «umori» per migliorare l’aspetto) e giustificava ogni sorta di preparato, dal più innocuo al più pericoloso, purché promettesse il ritorno a un incarnato desiderabile.
A questo filone appartiene anche la produzione commerciale del primo Novecento: manifesti e confezioni reclamizzavano pillole e sciroppi come «purganti della bellezza», sostenendo che una depurazione interna avrebbe donato freschezza e tono alla pelle. Il linguaggio pubblicitario traduceva in marketing un principio medico-popolare, trasformando la speranza estetica in consumo di massa, per offrire al pubblico soluzioni rapide e rassicuranti. Il tutto, molto spesso, senza alcuna prova d’efficacia.
Nel corso dei secoli la strategia è rimasta identica: sono gli strumenti a essere cambiati. Ai cosmetici e ai preparati si sono alternati prodotti tossici (piombo, mercurio) e poi tonici industriali. Con la società di massa, poi, la stampa e la pubblicità hanno amplificato a dismisura un mercato costruito su standard di bellezza veicolati da cinema e TV.
Infine, la rivoluzione chirurgica (anestesia, antisepsi, tecniche operatorie) ha spalancato la porta agli interventi elettivi. Dalla rinoplastica rudimentale ai lifting, dalla liposuzione alle iniezioni di filler e alle tossine, la medicina estetica è diventata un campo specialistico e – per fortuna – sempre più regolamentato.
Tutt’oggi, va detto, non mancano abusi clinici e pratiche al limite della ciarlataneria: ma il desiderio di “bellezza” è troppo forte. La sfida resta proteggere il paziente dalle seduzioni del “miracolo” venduto come cura.