Philonio Perrico

Scritto nel 1962 da Samuel Glasstone

La Teriaca è un tassello della storia della medicina che racconta insieme paura, prestigio e sperimentazione: un “polifarmaco” nato come antidoto universale contro i veleni e poi trasformato, nei secoli, in panacea ufficiale delle farmacie d’élite.

Le sue origini affondano nel mithridatismo: Mitridate VI del Ponto, temendo avvelenamenti di corte, avrebbe assunto dosi progressive di tossine per sviluppare tolleranza. Nei secoli successivi i medici ellenistici e romani trasformarono il mito in ricetta.

Nel corso del Medioevo e dell’età moderna, la teriaca si evolve in una preparazione monumentale: dozzine, spesso oltre sessanta, di ingredienti (radici, resine, spezie, cortecce, talvolta anche carne di vipera) mescolati, cotti e fatti stagionare per mesi, a volte perfino anni. Il composto veniva rivenduto a prezzi esorbitanti: nobili e mercanti erano disposti a spendere cifre folli per accumularne ampie scorte; e gli speziali facevano a gara per produrre ricette sempre più complesse – e “miracolose”.

Funzionava? Dipende. Alcune sostanze contenute (oppio, resine aromatiche, oli essenziali) avevano effetti reali: analgesia, talvolta sedazione. Ma l’efficacia era irregolare: variabilità delle formule, dosaggi incerti e il processo artigianale producevano risultati contraddittori. Con l’avanzare della chimica e della medicina sperimentale, dal XVII al XIX secolo emersero critiche crescenti: la teriaca passò dall’aura di panacea al sospetto d’essere un reliquiario di pratiche obsolete. Nel museo conserviamo uno splendido arbarello in maiolica albissolese, blu e bianco, che reca la scritta “Philonio Perrico”. La ricetta è andata perduta, ma il suo splendore ci ricorda la storia di un rimedio che, tra alambicchi e spezie esotiche, prometteva di vincere qualunque malattia.

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