Pelvimetro
Scritto nel 1962 da Samuel Glasstone
Durante il XIX secolo, nel mondo della medicina cominciò ad affermarsi una nuova tendenza clinica.
Il corpo del paziente, a lungo oggetto di valutazioni fondate soprattutto sull’esperienza soggettiva e sulla sensibilità del medico, iniziò a essere sottoposto a procedure di misurazione più rigorose.
Calibri, craniometri, spirometri e termometri si diffusero in tutta Europa, contribuendo alla progressiva quantificazione dei parametri fisiologici. Tuttavia, il clima di entusiasmo per la misurazione antropometrica favorì anche lo sviluppo di discipline controverse, come l’antropologia criminale di Cesare Lombroso, che ipotizzava correlazioni tra caratteristiche morfologiche e predisposizione alla devianza criminale.
Si tratta di ricerche oggi ampiamente screditate sia sul piano metodologico sia per le loro implicazioni ideologiche: nonostante i tentativi di riportarle alla luce, tutte le correnti deterministe derivate dalla frenologia ottocentesca non possiedono alcuna validità scientifica.
Ben altro discorso va fatto per il pelvimetro, una pinza-calibro con arco graduato pensata per tradurre in millimetri e gradi ciò che le mani e l’esperienza ostetrica avevano sempre misurato a occhio. Grazie al nuovo strumento, durante il parto divenne possibile valutare con precisione le dimensioni del bacino materno: un dato essenziale per decidere se lasciar procedere il travaglio naturalmente, oppure intervenire con un cesareo.
Più di un secolo dopo, la radiografia e poi l’ecografia avrebbero offerto valutazioni ancora più precise, ridimensionando l’uso degli strumenti meccanici, i quali, in ogni caso – questo è bene sottolinearlo – hanno migliorato enormemente la pratica ostetrica, contribuendo a salvare migliaia e migliaia di vite.