Olio di ricino
Scritto nel 1962 da Samuel Glasstone
Prima di diventare emblema della crudeltà dei regimi totalitari, l’olio di ricino è stato utilizzato per millenni come un semplice medicinale.
L’impiego dei semi di Ricinus communis, infatti, è attestato fin nell’antico Egitto, dov’erano già note le sue proprietà lassative.
Estratto a freddo dai semi della pianta, l’olio viene raffinato per eliminare la tossina proteica “ricina” e ottenere la massima concentrazione di “acido ricinoleico”: liberato dalle lipasi intestinali, agisce sulla muscolatura liscia dell’intestino (in misura minore, anche sull’utero) inducendo contrazioni che producono l’effetto lassativo e, talvolta, favoriscono l’induzione del travaglio.
L’olio agisce come potente purgante: era ampiamente usato come rimedio alla stitichezza, per preparare l’intestino agli interventi chirurgici e, in alcune tradizioni ostetriche, perfino come metodo per favorire il parto. L’efficacia è reale, ma il principio di funzionamento è piuttosto grezzo: si tratta di uno stimolo chimico-meccanico della peristalsi, con noti effetti collaterali (nausea, diarrea, disidratazione).
Proprio per questo, nel corso del ‘900, squadre paramilitari e regimi autoritari usarono il ricorso forzato al ricino come strumento di umiliazione e coercizione, sfruttando la diarrea devastante per degradare oppositori e dissidenti.
Malgrado tutto, oggi l’olio di ricino è riconosciuto come lassativo efficace, ma da usare con estrema prudenza. La sua storia rimane un monito: molte sostanze nate come rimedi, se strappate al contesto clinico e usate con fini diversi, possono assumere un ruolo ben diverso da quello per cui erano state pensate.