Maschera di Esmarch
Scritto nel 1962 da Samuel Glasstone
Nei film funziona così: il rapitore preme sulla bocca un fazzoletto imbevuto di cloroformio – e la vittima crolla in pochi istanti. Qualcuno potrebbe credere che anche l’anestesia funzioni in modo altrettanto immediato, ma non è affatto vero.
Con “induzione”, nel contesto anestesiologico, s’intende proprio il passaggio dallo stato di coscienza alla perdita controllata della sensibilità al dolore e della coscienza stessa, fino al livello necessario per eseguire un intervento.
Storicamente questa fase non è mai stata affidata al caso: anche nelle prime epoche dell’anestesia si cercò di dosare e osservare con cura la reazione del paziente.
Nella seconda metà dell’Ottocento, con l’introduzione dell’etere (1846) e del cloroformio (diffuso pochi anni dopo), la tecnica più diffusa era l’open-drop: il farmaco volatile veniva distribuito goccia a goccia su una garza tesa da un dispositivo metallico – la maschera di Esmarch –, il paziente respirava i vapori e l’anestesista modulava la somministrazione osservando respirazione, colore della pelle e tono muscolare. Era un bilanciamento continuo: troppo poco, l’intervento non poteva cominciare; troppo, rischio di depressione respiratoria o cardiaca.
Con il tempo la pratica divenne sempre più tecnologica: vaporizzatori calibrati, maschere progettate per dosare il flusso, la comparsa dell’intubazione endotracheale per proteggere le vie aeree, e infine gli agenti endovenosi che permisero induzioni rapide e facilmente modulabili. Nel XX secolo l’anestesiologia si strutturò come specialità: monitoraggio continuo e protocolli di sicurezza hanno trasformato un atto che un tempo era rischioso in una procedura strettamente controllata.