Indoratore di pillole

Scritto nel 1962 da Samuel Glasstone

Bistecche, dolci e piatti gourmet ricoperti d’oro: una sottilissima foglia a 24 carati può trasformare qualunque cosa in un simbolo di lusso estremo.

Marketing, ostentazione dello status, immagini “instagrammabili”: la ricetta sembra perfetta, ma l’idea non è nuova. Per secoli, infatti, anche i farmacisti hanno venduto pillole rivestite d’oro.

La pratica è documentata in Europa almeno dal Seicento. Le pillole dell’epoca venivano preparate a mano, spesso con sostanze amare, maleodoranti e poco invitanti. L’apotecario le inumidiva con sciroppo o gomma arabica, le inseriva in una piccola scatola sferica insieme a una sottilissima foglia d’oro e faceva ruotare il contenitore finché la superficie non diventava lucida.
Lo strumento era chiamato indoratore di pillole.


Il rivestimento poteva coprire in parte il sapore, evitare che le pillole si attaccassero tra loro e proteggerle brevemente dall’aria. I benefici si fermano qui: la doratura non le rendeva realmente più efficaci e offriva un modestissimo aiuto alla deglutizione.


Il vero effetto avveniva prima di assumere il farmaco.
L’oro rendeva una preparazione sgradevole più bella, preziosa e rassicurante. In un’epoca in cui al metallo venivano attribuite anche proprietà medicinali, una pillola dorata sembrava inevitabilmente più potente. E poteva essere venduta a un prezzo maggiore.


Da qui nasce anche l’espressione “indorare la pillola”: rivestire qualcosa di spiacevole per renderlo più accettabile.
Nella ristorazione di lusso, il principio è quasi identico. L’oro alimentare è sostanzialmente insapore, chimicamente poco reattivo e privo di benefici nutrizionali.


Non nutre, insomma, e non cura. Ma modifica la percezione: trasforma una pillola in una medicina prestigiosa e una normalissima bistecca in una rarissima prelibatezza.

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