Dottrina delle fasciature ed apparecchi
Scritto nel 1962 da Samuel Glasstone
Zappe, rastrelli, falci, uncini, remi – nell’antichità e nel medioevo, le protesi erano progettate con uno scopo estremamente pragmatico: fissare un attrezzo al moncone e consentire alle persone mutilate di continuare a lavorare.
All’epoca, infatti, perdere un arto era sorprendentemente comune: fra malattie, infezioni, incidenti e guerre combattute all’arma bianca, le amputazioni erano una pratica diffusissima, e la maggior parte degli individui non poteva permettersi di rimanere inattivo.
Aldilà dei nobili, degli aristocratici e dei vertici del clero, la sopravvivenza delle persone dipendeva dal loro durissimo lavoro quotidiano.
Solo con il Rinascimento la protesica divenne più sofisticata. Ambroise Paré descrisse arti artificiali articolati, con leve e snodi pensati per ripristinare alcune funzioni utili. La celebre “mano di ferro” di Götz von Berlichingen è l’esempio più noto: una protesi capace di impugnare una spada, tenere le redini e usare piccoli attrezzi.
Oggi, per fortuna, la prospettiva è radicalmente diversa: la riabilitazione moderna e le protesi tecnologiche mirano a restituire funzione e qualità di vita, mentre lo Stato (per mezzo di assicurazioni, indennità e pensioni di invalidità) si assume la responsabilità della tutela sociale. Il passaggio alla rete di previdenza è il segno di una civiltà che riconosce il diritto alla dignità e all’autonomia, indipendentemente dalla capacità lavorativa.
Come sempre: prima di dire “si stava meglio quando si stava peggio”… sarebbe bene conoscere davvero la nostra storia.